The Libyan lobby
Puoi avere la Nato schierata dalla tua da quasi quattro mesi, alleati che lasciano cadere armi e munizioni vicino ai tuoi campi, le potenze occidentali si spendono per la tua vittoria, ma senza un buon pr rischi di portare a casa poco o niente. Lo sanno bene i ribelli libici, che hanno affidato la loro strategia ai migliori mediatori di Washington, i lobbisti di Patton Boggs. La missione, confermano da K Street, è “accreditare il Consiglio di transizione nazionale (Cnt) come il governo legittimo della nazione libica”.
23 AGO 20

La missione, confermano da K Street, è “accreditare il Consiglio di transizione nazionale (Cnt) come il governo legittimo della nazione libica”. L’organismo di Bengasi è riconosciuto da Italia, Francia, Regno Unito, Turchia e Qatar. Ma per i ribelli non è abbastanza: servono soldi per mantenere amministrazione e cittadini, rifornire i combattenti e rimediare ai blackout cronici nelle città. La scorsa settimana il Cnt si è lamentato per aver ricevuto “soltanto cento milioni di dollari dal Qatar”: “C’è anche un fronte finanziario e noi stiamo perdendo la battaglia, siamo al verde e tutti lo sanno, ci serve molto di più”, ha detto Mazin Ramadan, uno dei responsabili delle finanze di Bengasi. Ci sarebbero fondi disponibili, quelli di Gheddafi, congelati dalle sanzioni dell’Onu. Gli Stati Uniti, da soli, controllano 34 miliardi di dollari e sbloccarne una fetta anche piccola a favore del Cnt potrebbe cambiare le sorti del conflitto.
La Casa Bianca ha concesso ai ribelli un ufficio di rappresentanza, ma non ha ancora riconosciuto il Cnt in via ufficiale, condizione essenziale per scucire finanziamenti. Ottenere il riconoscimento diventa più facile se, dalla tua parte, hai gli oltre 500 avvocati di Patton Boggs, gente che sa far aprire i portafogli che contano – l’anno scorso hanno superato i 39 milioni di dollari di introiti. A loro non importa che i ribelli non sappiano come pagarli: “Crediamo nella loro causa – dice il consulente David Tafuri – Ci faremo pagare secondo il tariffario abituale e non gli chiederemo di saldare il conto finché non avranno i fondi per farlo”. Il salario pattuito, per ora, non può superare i 50 mila dollari al mese.
A condurre le trattative, a Washington, c’è Ali Suleiman Aujali, ambasciatore del colonnello Gheddafi prestato alla causa di Bengasi. Dall’altra parte della scrivania c’è una squadra di lobbisti ben introdotti nel dipartimento di stato americano. Uno di loro, Vincent Frillici, è noto anche nell’Alleanza atlantica – ha coordinato tutti gli eventi del 50esimo della Nato, nel 1999. David Tafuri, che ha lavorato per il dipartimento di stato in Iraq, è la punta più scoperta dell’operazione. In un editoriale decisamente interessato sul Washington Post – intitolato, a scanso di equivoci, “Come Obama può aiutare la Libia” – ha scritto: “Perché aspettare? Un pieno riconoscimento diplomatico darebbe legittimità alla battaglia del Cnt per conto del popolo libico, contro Gheddafi. Darebbe al Cnt il diritto di sfruttare gli asset del rais congelati negli Stati Uniti (fondi che in fondo spettano al popolo libico) e darebbe alla comunità internazionale la garanzia che saranno i ribelli, non Gheddafi, ad avere il diritto di sfruttare le risorse naturali di cui dispone la Libia”. Dopo mesi di trattative – da aprile il Cnt si stava servendo dei lobbisti dell’Harbour Group, con risultati scarsamente apprezzabili – il parlare dei ribelli è sempre men coverto: lo spin iniziale, centrato sui civili schiacciati dal rais, ora fa perno senza più imbarazzi sui forzieri del regime e sulle rendite su gas e petrolio.
Anche Gheddafi, negli ultimi anni, si è appoggiato a lobbisti esperti, ma ha preferito i consulenti del Monitor Group, di Cambridge (Massachusetts). Nel 2006 il Monitor Group ha iniziato a curare il rilancio dell’immagine del rais, ma l’operazione è naufragata nel giro di due anni. Troppe critiche, così i lobbisti hanno fatto pubblica ammenda e sono passati a uno stato affine ma lanciato su una traiettoria ben più rispettabile: la Siria di Bashar el Assad. La first lady Asma Assad aveva affidato al vicepresidente del Monitor Group, Emad Tinawi, per metà siriano, un’operazione di svecchiamento: rispolverare i reperti storici, rinvigorendo l’orgoglio nazionale e attirando turisti, e mettere in moto un progetto per la “cittadinanza attiva” degli under 25. Dopo ritardi e inceppamenti, i corsi avrebbero dovuto iniziare a marzo, nella città di Sweida. Poi, il 15 marzo, sono iniziati i cortei e per la prima volta, nelle strade, si è sentito cantare alla “rivoluzione siriana”.